CONTRO LA FALSA SICUREZZA PER LA LIBERTà

Le città sono diventate luoghi di conflitto, spazi in cui il potere applica e sperimenta nuove tecniche e nuovi stili di governance, barattando una falsa sicurezza con una diffusa precarietà e la generalizzata dismissione del welfare. Questa è la politica dei sindaci sceriffi, di destra e di sinistra.
Nelle città la libertà dei cittadini si scontra contro il paradigma securitario esercitato con ordinanze e divieti. E’ stata strutturata un nuovo formidabile insieme di dispositivi fisici ed immateriali, di azioni di polizia e dal divenire forze d’”ordine” di pezzi di società civile organizzata (e lautamente foraggiata). Questi sono atti di una strategia unitaria ed integrata che mira a mettere a valore il territorio e le sue forme di vita ed impedire ogni esperienza di relazione originale e libera.

Le piazze di Bologna sono zeppe di dispositivi di controllo sui corpi che vi transitano e vi trascorrono una parte del cosidetto tempo libero.
Non viene tollerato che in piazza Santo Stefano, piazza San Francesco, piazza Verdi, piazza Aldrovandi o piazza Maggiore si possa stare liberi, a parlare, discutere, conoscersi.
Le ordinanze anti anti hanno due obbiettivi ben chiari, il primo dei quali è incalanarci tutti nella fabbrica del tempo libero, fatta da tante isole produttive chiamate pubs, irish, locali dove la pinta di birra costa cinque euro o più.
Lì si può (si deve) stare, lì la polizia municipale non multa, i carabinieri non chiedono i documenti, gli agenti in borghese non compaiono di colpo a controllare dove fumi e cosa fumi. Se paghi rimani, se invece ti organizzi con birre da asporto passi la linea della zero tolleranza: non produci, non consumi, sei sospetto nemico.
Alla Borsa della Sicurezza il prezzo della serenità è di cinque euro ogni trenta minuti.

Nella città contemporanea il tempo libero deve essere messo a valore anche secondo la prospettiva della riproduzione sociale: il gratuito, la riduzione del consumo e degli scambi di mercato danno fastidio.
Ma c’è un altro obiettivo che ispira l’autoritarismo territoriale la cui grammatica parla di divieti e scrive ordinanze: combattere aggressivamente contro poveri, differenze di genere, migranti.
Non hanno altro effetto (ed altro scopo) la persecuzione della polizia municipale nei confronti di Marco, nostro amico homeless spesso in Piazza San Francesco, le retate nelle osterie di via del Pratello (immaginate i locali temporaneamente sequestrati dai carabinieri che bloccano chiunque voglia entrare ed uscire e, arroganti, fanno lo screening di tutti i presenti), i rastrellamenti avvenuti in Piazza Maggiore, la campagna di videosorveglianza per cui non vi è angolo di Bologna non osservato, la chiusura di spazi sociali.

Tutto ciò con enormi spese e senza aumentare di un filo la sicurezza dei corpi a rischio di violenza, fascista, razzista, sessista o omofoba.
Il Sicuro, per i sindaci, è bianco, maschio e ricco.
Abba non è stato un accidente. Emanuel non è un caso. Questi sono episodi precisamente causati da una strategia di governance territoriale, nell’ambito della quale qualcuno, in divisa o meno, si fa prendere la mano. Le parole, ancora, stanno a zero.

Questa legalità non spende un euro per la cultura (popolare e non), demolisce sistematicamente i luoghi in cui la si produce e la si fruisce, si alimenta di conformismi e rinunce, consolida privilegi e gerarchie, questi sì al di sopra di ogni legge.
Una legalità che procede per decreti legge ed ordinanze, accecata dall’arroganza e dall’ideologia. Una legalità che non impatta la vita di chi la governa e la ispira perchè la soglia di applicabilità è il livello di reddito percepito: i carabinieri non chiedono il documento ai clienti del Diana o del Cambio, così come i poliziotti municipali non vanno a verificare quanti spritz sono bevuti oltre il perimetro dell’autorizzato nei ricchi bar di Strada Maggiore.

Questa legalità fa a pugni con la giustizia. Per questo è tempo di sovvertire il paradigma della sicurezza che la ispira. E’ tempo di organizzarsi e cambiare.

Combattere il paradigma della sicurezza è pensare la libertà come processo di lotta, di sottrazione al controllo del biopotere sui nostri corpi e sul nostro immaginario, come sottrazione al comando. La libertà è poter essere, poter decidere di sé, poter fare a meno di dipendere, insomma è percorso di lotta e federazione di differenze.

Siamo all’anno zero della crisi: dobbiamo rompere il mantra che dice, da destra a sinistra, che “non ci sono soldi”, “dobbiamo fare sacrifici”, “è tempo di obbedire”.
I soldi ci sono e ci spettano ed i costi della crisi non li dobbiamo pagare noi.
Nelle scuole e nelle università si è già cominciato a lottare. Ora tocca a tutti gli altri e le altre.

Le compagne ed i compagni del TPO