CENTRI SOCIALI: BENE COMUNE

I centri sociali sono realtà che ormai da decine di anni producono attività di diverso interesse sociale e politico in ogni angolo del pianeta. Veri e propri laboratori di democrazia, luoghi di sperimentazione di un’altra città, dentro la città, questi sono degli “alveari metropolitani” popolati da studenti, precari, migranti, operai, e da tutti gli individui che hanno deciso di non restare ingabbiati nella “legalità delle istituzioni” incapace di produrre risposte e di rappresentare questo sciame che non si isola nelle sue celle, ma, anzi, crea, diffonde, opera.

La prima caratteristica dei centri sociali è proprio quella capacità di creare uno spazio critico che va oltre i muri dell’edificio occupato, un protagonismo sociale che si diffonde in città e diventa di interesse pubblico. La seconda è il desiderio di autonomia come valore fondativo dell’esperienza autorganizzata, capace di articolarsi in ogni direzione: da quella produttiva a quella più specificamente politica. Anche questa autonomia travalica lo spazio fisico e assume un valore vivo e riproducibile.

Spazio critico e autonomia sono quei beni comuni che abbiamo portato nelle strade di Bologna nella grande manifestazione del 3 marzo, quando diecimila persone hanno scelto di camminare nella pancia della città per arrivare fino al CPT di Via Mattei, reclamando a gran voce la chiusura dei centri di permanenza temporanea senza se e senza ma, con al nostro fianco non un simbolo, non una bandiera, ma semplicemente altri compagni di strada.

La presenza dei Centri Sociali in ogni territorio è ancora considerata dalle istituzioni un’anomalia da reprimere e normalizzare e non quello che sono in realtà per chi li attraversa e li vive quotidianamente: spazi di libertà e di produzione politica, sociale culturale. Questi luoghi si collocano al di fuori e in autonomia da ogni politica di rappresentanza che sia “istituzionale” o di movimento.

Troppo spesso nell’ultimo periodo in Europa i centri sociali si sono dovuti confrontare con politiche repressive e con violenti sgomberi, basta pensare a Copenaghen, dove il governo danese ha mostrato arroganza e al contempo debolezza sgomberando e abbattendo l’Ungdomshuset, luogo simbolo di lotte da molti decenni. La risposta data dai compagn@ danesi e di tutta Europa, accorsi a Copenaghen in solidarietà all’Ungdomshuset, oggi è diventata il simbolo della resistenza dei centri sociali.

In Italia le cose non vanno diversamente. Le minacce di sgombero di spazi sociali occupati da parte delle amministrazioni locali che vogliono riportare alla “legalità” le esperienze di lotta che non si conformano al pensiero unico imposto dall’alto sono all’ordine del giorno.

Qui a Bologna il sindaco Cofferati nella sua battaglia incessante per il ripristino della “ legalità” arriva fino a sostenere che nei centri sociali “ci sono comportamenti di cinica disinvoltura e la superficialità di certe considerazioni produce una miscela pericolosissima che può far da sottocultura a chi fiancheggia il terrorismo”; a Padova si minaccia lo sgombero del Pedro, centro sociale attivo da circa vent’anni, a Rimini il Laboratorio Paz è stato attaccato con lancio di molotov e la destra istituzionale ne ha chiesto lo sgombero all’amministrazione comunale. Ultimo caso è stato il Centro Sociale Bruno di Trento, sgomberato circa un mese fa nonostante una trattativa in corso con il Comune. Anche in questo caso la miglior risposta all’arroganza dell’amministrazione comunale di centro sinistra di Trento è stata data dai compagn@ del cs Bruno occupando un altro stabile e inviando un segnale chiaro a tutte quelle amministrazioni che pensano di risolvere le contraddizioni delle proprie città manu militari.

Sabato 21 Aprile il TPO sarà a Trento a manifestare per la difesa del cs Bruno e invita tutte le realtà bolognesi a partecipare con i propri corpi e le proprie voci per gridare ancora più forte

GUAI A CHI CI TOCCA!!!

Centro Sociale Tpo
Bologna, 18 aprile 2007