SPUNTI PER UNA DISCUSSIONE SUL REDDITO MINIMO GARANTITO

Vivere a bologna oggi significa imparare a destreggiarsi tra festival, mostre, concerti, conferenze e seminari pubblicizzati ovunque. Questa piccola metropoli emiliana vuole presentarsi oggi come città d'arte, e per far questo investe nell'organizzazione di "grandi eventi culturali". Eppure a noi qualcosa non torna...com'è che la metropoli è oggi luogo di produzione artistico/culturale per eccellenza ma a questo non segue una efficace redistribuzione dei redditi?

Il tessuto metropolitano si presta di fatto alla valorizzazione economica di alcune delle nostre capacità più intime, e per questo anche più “artistiche”: la nostra capacità di cooperare con gli altri,di creare e diffondere linguaggi e comportamenti, la nostra voglia di intrattenere relazioni e di prendersi cura di persone e ambienti, le nostre abilità inventive e tecniche, il nostro desiderio di studiare o di suonare. Tutto è messo a produzione ma nulla ci è riconosciuto direttamente.

E qui sta il gap. La metropoli vive dei nostri corpi e dei nostri desideri. Noi, di cosa dovremmo vivere?

In questo contesto non è possibile separare chi vende e chi compra nella produzione di saperi. Qui chi fruisce allo stesso tempo produce. Tutti produciamo e tutti “utilizziamo”. Eppure quando compriamo un disco in un negozio ci troviamo sempre il bollino Siae. Eppure quando andiamo al cinema, al museo d'arte contemporanea o al teatro paghiamo sempre dei biglietti dal prezzo esorbitante.

Ci siamo mai chiesti se quei soldi vanno davvero tutti all'artista, all'orchestra, ai tecnici del suono e delle luci o piuttosto alle major, alle agenzie intermediarie?

La risposta suona come una beffa: non solo non abbiamo diritto all'accesso ai saperi come liberi fruitori, ma non siamo riconosciuti degnamente neppure come produttori. Pensiamo al fatto che i diritti Siae vanno solo minimamente al compositore e in larga misura alla casa discografica. O al fatto che un musicista oggi non può suonare se non apre una partita iva. Pensiamo a tutti i tecnici dello spettacolo che oggi si trovano di fronte a contratti da stagisti o a progetto, alternando, senza possibilità di scelta, periodi di lavoro a periodi di non-lavoro. Costretti a barcamenarci tra la ricerca di un lavoro e... la ricerca di un lavoro.

...ma una scelta c'è...e non è la ricerca di un altro lavoro sempre precario, ma la richiesta di reddito per tutte e tutti!

La vecchia ricetta dei diritti sul lavoro non è più una risposta sufficiente in tempo di crisi. Da un lato perchè la normativa italiana sul lavoro è vecchia di quarant'anni e riconosce come soggetto da tutelare solo il lavoratore con contratto a tempo indeterminato, con anni di contributi Inps versati, con famiglia a carico e, possibilmente, con un mutuo per la casa.

Dall'altro perchè le\i 300 mila lavorator@ che hanno perso il lavoro in questi mesi di recessione sono per lo più, proprio le nuove figure non tutelate dall'ordinamento vigente. Sarai pure laureata e pluri-referenziata, sei precaria e il primo contratto a non esser rinnovato sarà il tuo. È così che Tremonti, Gelmini, Brunetta, vogliono far pagare la crisi a noi. Con i tagli ai servizi e con ulteriori deregolamentazioni del mercato del lavoro senza la creazione di nuovo welfare. A fronte di tutto ciò, il loro collega Sacconi ha pure il coraggio di riproporre ridicoli aiuti alle famiglie, spingendoci a chiedergli se è il Ministro del Welfare o il presidente del funclub “i magici anni '50” (si entra solo con la Social-Card!).

Non è più possibile appiattire il welfare sul modello familiare, tradizionalmente patriarcale e lavorista, perché sono cambiate le forme e i tempi del lavoro, ma soprattutto perché sono cambiati i soggetti e i desideri. L'attuale sistema di welfare esclude tutte\i coloro che hanno scelto forme di vita e affettive “altre” rispetto alla famiglia tradizionale (singol*, coppie gay e lesbiche, convivenze e semplice condivisione di case). E non è più possibile non riconoscere la ricchezza sociale, culturale ed economica che questi nuovi soggetti portano con sé.

Nella nostra condizione sfigante e insostenibile c'è qualcosa d'innovativo, che partiti e sindacati fanno fatica a comprendere, cioè il fatto che il 'lavoro classico' che ha contraddistinto l'essere umano dall'alba dei tempi è cambiato troppo in fretta e soprattutto ha stravolto radicalmente forme e prospettive.

Le socialdemocrazie del nord Europa, in qualche modo, anche se criticabile, hanno riconosciuto questa condizione, per cui hanno adattato le politiche di welfare creando il 'basic income', una forma di reddito non familistica e non discriminante. Nella maggior parte dei casi il 'basic income' non è un sussidio di disoccupazione, ma una forma di sostegno personale erogata dal pubblico che non ha troppe condizioni incomprensibili per potervi accedere. Nel nostro "bel" paese invece, vista la nostra poca onestà politica e anche morale, il reddito, nonostante il lavoro classico sia svanito
nel nulla, rimane legato in modo troppo stretto alle vecchie forme del lavoro.

La metamorfosi continua delle forme di produzione si scontra con un sistema di welfare ingessato. Non si può rimpiangere un passato che non tornerà, bisogna guardare al futuro e darsi nuovi strumenti per affrontarne le sfide.

L'unica risposta che ci viene in mente è ancora una volta il basic income, senza distinzione coorporativa, di età, di sesso, di provenienza geografica, di razza, di fede. Un diritto
universale. In questo modo non si è più ricattabili, non si è più dipendenti da terzi e soprattutto in questo modo non si lavora più per vivere, ma si lavora per qualcosa che possa rendere la vita più interessante e stimolante.

Come lo trasformiamo in pratica politica? Come si fa ad intervenire su un problema sociale nuovo senza un'innovativa normativa a riguardo?

La legge regionale per il reddito d'esistenza urge proprio per queste ragioni. Perchè se per anni abbiamo firmato contratti a progetto, co.co.pro, tirocini e stage considerandoci almeno contenti di poter pagare l'affitto senza chiamare mammà e papà, ora abbiamo capito il trucco. La precarietà è mezzo per ricattarci, per costringerci a flessibilità e reperibilità costanti. In cambio non ci è arrivato
nulla e ora l'affitto non si sa chi lo paga.

Mammà e papà di certo non li chiamiamo. Il problema non è più personale, è sociale.

Cs TpO