NON CI SERVONO SANTI PROTETTORI
Venerdì 17 aprile 2009
di Angela Balzano
Dicono di volermi proteggere e in nome della mia sicurezza organizzano delle ronde: uomini soli la notte in giro per i quartieri, tutti impostati e inorgogliti, come primitivi che difendono caverne e donne. Piuttosto abbandonerò la mia caverna. Vi costringerò a vigliare sul nulla. Intanto incontrerò altre donne e con loro invaderò le strade e la notte: per attraversare quel vuoto di immaginazione al cui limitare le metropoli di oggi si edificano.Grideremo insieme che non ci servono santi protettori.
La produzione di discorso e le norme che si stanno svolgendo negli ultimi tempi intorno al tema della sicurezza, sopratutto quella delle donne, è tendenziosa ed etnocentrica. Ciò affiora in superficie grazie ai toni spudoratamente neocon che caratterizzano certi servizi sui quotidiani, ai tg. Più pericolosamente però questo discorso tendenzioso ed etnocentrico costituisce la nervatura dell’attuale pacchetto sicurezza e dunque è molto più di un bombardamento semiotico, mediatico: è un vero e proprio dispositivo di normazione con molteplici, riprovevoli, fini.
In primo luogo assistiamo sbigottite allo slittamento che il discorso neoliberale produce a partire dai nostri corpi di donne: uno slittamento mistificante, perchè sposta l’attenzione dalla causa all’effetto.
Il fatto della violenza sessuale è oggi immediatamente sublimato nel suo effetto, che non riguarda neanche più la donna che ha vissuto lo stupro, ma direttamente i cittadini arrabbiati per questo. Prendiamo ad esempio un comunissimo tg2 a ora di pranzo: non ci si chiede più neppure in che condizioni psicofisiche versi la donna, cosa vuole adesso, magari vorrebbe rispetto, silenzio, empatia. Subito dopo la notizia dello stupro una voce fuori campo aggiunge che quel quartiere è insicuro, che i cittadini tutti esigono “strade sicure”. Il giornalista poi mostra degli squarci di quel quartiere e invece di sottolineare che manca l’illuminazione serale e che non c’è neppure un luogo di ritorovo, preferisce fermare i passanti per chiedere: “come punirebbe questo ròmeno?”.
Punizione? Ma se non è inizato alcun processo? Rumeno? Ma se non sono finite le indagini? E che fine ha fatto la donna? Qualcuno si chiede lei cosa vuol fare?
Ecco in cosa consiste lo slittamento mistificante: in nome dei nostri corpi questo governo produce nemici, “altri da espellere, altri da rifiutare”. Ed è ancora una volta slittamento tendenzioso perchè si traveste da “politiche di genere”, da “commissione per le pari opportunità”, mentre è nella sostanza discorso della paranoia securitaria, della società del controllo. Di fatto, dentro la cornice del paranoico discorso neoliberista la politica di genere diventa complice (servano ad esempio i provvedimenti della Carfagna) dell’egemonia bianca, dove bianco come tutti i significati razzializzati, non ha nulla di biologico, bensì indica possibilità di accesso al potere e al diritto acquisito.
Secondo l’attuale ordine, “le nostre donne” (quest’espressione basta a farci gelare il sangue nelle vene), occidentali-bianche-sbiancate-cristiane-monogame-sempre potenziali mamme, sarebbero già emancipate e pertanto nulla vi sarebbe da aggiungere in quanto a welfare, diritto alla salute, possibilità di autodeterminazione.
No, è meglio se le “nostre donne” ad avere migliori diritti e una vita dignitosa non aspirino proprio. È meglio spaventarle a morte. È meglio che credano che la minaccia proviene dall’esterno e non dalla stessa società in cui sono nate e cresciute (quella dell’illuminismo laico oggi divenuto società del controllo, biopotere). Ancora una volta la complessità del divenire donna viene rimossa, obliata e sublimata nella necessità della difesa della società. E così le donne faticano sempre di più a trovare le parole per esprimere i loro desideri e i loro problemi reali: precarietà, lavoro di cura non retribuito, mancanza di un welfare al femminile, scarsità di consulturi e strutture sanitarie\culturali adeguate.
Intanto le parole che gli uomini trovano di questi tempi sono sempre più monotone e sconfortanti, stanno lì come un triste ritornello di un potere al maschile che non fa che ripetere se stesso come se ciò bastasse a perpetuarlo: cantano stonati che le “nostre donne” (il termine non è qui inclusivo, è usato in senso esclusivo\escludente) devono essere protette da due nemici dipinti come sempre all’agguato, imprevedibili e spietati.
Vediamo da vicino quali sono i nemici contro cui si scaglia questo ritornello: in primo luogo troviamo i migranti; in secondo quello che viene definito dai poteri forti “relativismo etico”, nome altisonante usato per connotare negativamente fin dal principio quello che invece è un diritto di tutte\i, e cioè la libertà di scelta.
Contro l’autodeterminazione delle donne politici, preti, psicologi, giornalisti, medici e pefino farmacisti hanno tacciato ogni libera scelta in fatto di sessualità di relativismo e corruzione.
O tempora! O mores! E così le donne sono state dipinte come nemiche di loro stesse, carnefici e assassine, ma pur sempre vittime, per il solo fatto di voler garantire a tutte il diritto alla salute tramite la piena applicazione e il miglioramento della 194, la prevenzione e la formazione in tema di sessualità etc.
L’aspetto più grave comunque non è l’accusa d’esser spudoratamente indecorose, quanto il discorso sulla vita e sulla sessualità che ne vien fuori, che è in realtà un gioco a ribasso: non si parla dell’aborto ma si espongono ovunque nudi di donna.
Un modo, tra gli altri, per operare una reductio ad unum dell’affascinante complessità che rappresenta la sessualità post umana. Se tutte le relazioni tra generi differenti passano attraverso il sesso spettacolarizzato (che vuol dire anche mediato, non agito , delegato a terzi) nel concerto ciò significa rimozione del desiderio collettivo:il sesso è fantasma, il corpo nudo e liscio, senza ombre e brillante della donna che pubblicizza slip ne è emblema. Come a dire: il piacere migliore attende solo i migliori, per tutti gli altri c’è posto in platea.
Intanto gli stessi (i poltici-preti-pennivedoli etc etc) che contribuiscono a creare questo clima culturale\sociale stanno tutti i giorni a sottolineare quanto è importante vivere, quanto sono fondamentali le madri per il corretto funzionamento della società, quanto è triste l’aborto e quanto sia riprovevole l’eutanasia.
Il problema però è che il loro attaccamento alla vita non passa certo per canali di gioia, di liberazione. Anzi pare si realizzi solo nell’estrema disperazione, nella tristezza: così si spiega l’importanza data al caso Englaro da media e governo.
E di fatto i concreti provvedimenti di governance e governo non migliorano affatto le nostre esistenze quotidiane: pare che sia più importante tenerci in vita anche come vegetali che farci vivere bene fintanto che lo siamo.
Una politica che mette davvero al centro la vita e la sua dignità non potrebbe mai varare un decreto come il 733, che obbliga i medici a denunciare migranti bisognosi di cure perchè senza permesso, non potrebbe tagliare 20 milioni di euro ai centri antiviolenza per le donne (dov’era la Carfagna mentre Tremonti le tagliava i finanziamenti? In lampada a emanciparsi??)
Ancora i tagli al welfare, la riforma Gelmini, la mancata applicazione della 194, questo pacchetto sicurezza che svuota le strade cavalcando false emergenze sono tutti elementi di una politica di frammentazione del corpo sociale in tempi di crisi.
Una crisi da cui le destre vogliono uscire con più autoritarismo e più controllo perchè in palio c’è la società sbiancata, tutt’al più abbronzata, oltre che liscia e nuda in cui i migranti compaiano solo come autori di efferati crimini e violenze ai danni di una “nostra”.
C’è una caricatura che Braidotti fa nel suo “Trasposizioni” e che descrive bene la situazione: sui nostri corpi si consuma uno scontro che è insieme politico ed economico e che permette, a vari livelli del potere, di raccontare la favoletta dell’ Unione Europea “molle e femminilizzata” perennemente “violentata” dal mondo non coccidentale più “giovane e virile”.
È forse su questa caricatura che ci è possibile intervenire: noi dovremmo saper operare di distinguo tra diversi livelli di realtà, cioè tra quello che ci accade sul serio e la sua narrazione, cioè la sempre nuova produzione di assoggettamenti (e attenzione perchè poi assogettati lo siamo tutte\i, non solo le donne). Di fatto il problema non è solo che il mio corpo di donna è stanco e annoiatao, arrabbiato e innervosito per lo scontro che si consuma su di me e io non ho deciso.
Il problema è che in nome mio si scrive un decreto che regolarizza le ronde di privati, aumenta la presenza di forze dell’ordine per le strade, che impedisce l’iscrizione all’anagrafe di figli di migranti senza permesso etc etc.
A fronte di tutto ciò non è possibile la resa che segue lo sconforto: dobbiamo continuare ad autonarraci, così come ad autodifenderci e autodeterminarci. Magari provando a superare a sinistra sia le statistiche che l’audience. Ribadire che più del 60 per cento delle violenze sulle donne avviene in casa ad opera di italiani, per lo più parenti, è un primo importante passo che prepara la corsa. La nostra corsa verso la costituzione di una vita degna di essere vissuta. E una vita degna non è quella che ha paura, ma quella che si può dire, a gran voce, libera.
Angela Bazzano
Collettivo Guai a chi ci tocca, Bologna
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